La pedagogia della Lumaca

“La più grande, la più importante, la più utile regola di tutta l’educazione? È non di guadagnare tempo, ma di perderne.”
JEAN-JACQUES ROUSSEAU

Con il termine Pedagogia della Lumaca il maestro e dirigente scolastico GianFranco Zavalloni intendeva una strategia didattica basata sul rallentamento: il bambino deve vivere la scuola come un mondo all’interno del quale crescere in maniera del tutto naturale, tranquilla, libera.

Il maestro sosteneva una scuola in cui tutto sia alla portata dei bambini: dai quaderni dal formato da rimpicciolire ai banchi ergonomici e su misura.
La cooperazione degli alunni nella cura degli ambienti comuni che devono essere non solo puliti e sicuri, ma soprattutto funzionali e belli.
L’attesa è un principio pedagogico fondamentale, nell’attesa si impara a guardare con attenzione, a scoprire i propri talenti, a valorizzare ciò che si ha e che si è.
L’ascolto è un’esperienza fondamentale della didattica e rappresenta la premessa di quell’empatia necessaria per fare dell’insegnamento una relazione d’aiuto.

Un apprendimento significativo deve passare attraverso tre esperienze:

  • il gioco
  • lo studio
  • il lavoro manuale.

Zavalloni sosteneva che «Perdere tempo a parlare rappresenta la premessa indispensabile per un corretta relazione educativa: non si può prescindere, infatti, dalla reciproca conoscenza ascoltando e conversando con i bambini, conoscendo la loro storia».

Pensando ai bisogni dei bambini il maestro, che per passione faceva anche il burattinaio, aveva stilato un decalogo con i diritti naturali dei bambini.

E questa era la sua introduzione ai diritti:

“Molto spesso, in questi ultimi tempi, ci si ritrova a riflettere e a discutere sul problema dei diritti dei bambini e delle bambine. La prima cosa che generalmente io faccio, quando affronto questi temi, è quella di mettermi nei panni dei bambini e delle bambine. Credo infatti che sia importante fare memoria, cioè ripensarci noi bambini, ripensare a quando noi eravamo bambini e bambine.

Per questo, è bene farsi alcune domande: quali erano i nostri diritti? chi ce li garantiva? avevamo coscienza dei nostri diritti o – questo – era un fatto del tutto naturale? A partire da questi interrogativi e dalle risposte che ho raccolto e che raccolgo da centinaia di adulti, da un po’ di tempo a questa parte sto cercando di far capire ad insegnanti, genitori, educatori e politici, quanto siano importanti e fondamentali alcuni diritti.

Per noi erano forse scontati, ma non lo sono oggi per i bambini e le bambine dei nostri territori, delle città e dei paesi del Nord del mondo. Se dovessi, oggi, portare un contributo alla riscrittura della Carta internazionale dei diritti dell’infanzia, sicuramente io aggiungerei anche questi diritti fra quelli “fondamentali”.

Diritto all’ozio. Il bambino deve vivere la noia, momenti di vita che non vengono programmati dagli adulti.
Diritto a sporcarsi. Il bambino deve sporcarsi, giocare con la terra, le foglie, l’erba.
Diritto agli odori. È importante percepire gli odori della natura.
Diritto al dialogo. Il bambino ha il diritto di esprimersi e di essere ascoltato attentamente.
Diritto all’uso delle mani. Molto importante è creare con le mani: ritagliare, incollare, lavorare la creta.
Diritto ad un buon inizio. Il bimbo ha il diritto di nutrirsi con cibi di qualità, sani.
Diritto alla strada. Egli deve giocare per la strada, camminare per le piazze.
Diritto al selvaggio. Il bambino ha il diritto di stare a contatto con la natura, correre e giocare senza porsi limiti.
Diritto al silenzio. Il silenzio dev’essere volto ad ascoltare i suoni prodotti dalla natura. Così si impara a rispettarla.
Diritto alle sfumature. Il bambino ha il diritto di partecipare ai momenti di cambiamento come l’alba o il tramonto. Aspettare questi momenti e viverli insegna l’importanza dell’attesa.

E voi cosa ne pensate? Come genitori, maestri, insegnanti, nonni, tate – adulti educatori – riuscite a seguire una pedagogia della lentezza?

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